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Antonio Ligabue, l’uomo che parlava agli animali

12 ore fa
Tempo di lettura: 3 min

La storia dietro Volevo nascondermi: gli animali, la solitudine e un talento che esisteva molto prima del riconoscimento.



Una tigre spalanca la bocca. I denti sono scoperti, gli occhi vigili, il corpo pronto a scattare.

Davanti a un’opera di Antonio Ligabue, la prima cosa che arriva è una presenza. Quell’animale sembra accorgersi di noi.


È da qui che voglio partire per raccontarlo. Dalla forza delle sue immagini, prima ancora delle difficoltà della sua vita.


Perché Ligabue merita uno sguardo capace di andare oltre l’aneddoto.


Perché lo chiamiamo “l’uomo che parlava agli animali”


Il rapporto di Ligabue con gli animali coinvolgeva anche il corpo.

La Fondazione & Archivio Antonio Ligabue di Parma descrive un artista che, mentre lavorava alle sue sculture, ruggiva, urlava e mimava le scene che stava rappresentando.

Osservava i movimenti, li interpretava, si identificava nelle creature a cui dava forma.

Gli animali entravano nel suo lavoro attraverso un’esperienza fisica: una postura, una tensione, un gesto.

È questo legame a dare senso all’immagine dell’uomo che parlava con loro.




Guardando le sue opere, possiamo leggere quella vicinanza anche come un linguaggio emotivo. La paura, la difesa, la fame, la necessità di occupare uno spazio diventano forme visibili.

È una chiave di lettura, e vale la pena metterla alla prova davanti ai quadri.


Prima della fama, lo sradicamento


Antonio nacque a Zurigo nel 1899 e crebbe affidato a una famiglia svizzera. Portava il cognome Laccabue, che avrebbe successivamente cambiato in Ligabue.

Nel 1919 venne espulso dalla Svizzera e trasferito a Gualtieri, il paese d’origine del marito di sua madre. Non conosceva l’italiano e tentò più volte di tornare indietro.

Seguirono anni di precarietà, lavori occasionali e rifugi lungo il Po.


Nel 1928 incontrò Renato Marino Mazzacurati, che riconobbe le sue capacità e gli offrì strumenti, aiuto e indicazioni sulla pittura. Il riconoscimento crebbe nel dopoguerra; nel 1961, la mostra alla Galleria La Barcaccia di Roma rappresentò un passaggio importante.



Nella sua storia, quell’incontro con Mazzacurati merita attenzione. Riconoscere una capacità significa anche darle condizioni concrete per svilupparsi: materiali, tempo, un luogo, qualcuno disposto a guardare.


Cosa guardare nei suoi quadri


Per avvicinarsi a Ligabue suggerisco di accostare tre soggetti presenti nella sua produzione: una tigre, una scena di vita rurale e un autoritratto. La selezione della Fondazione comprende, tra gli altri, Testa di tigre, Ritorno dai campi e Autoritratto con mosca.




Davanti alla tigre, osservate dove si concentra la tensione: la bocca, lo sguardo, il rapporto tra la testa e lo spazio circostante.

Nella scena rurale, cercate il ritmo dei gesti e il rapporto tra figure e paesaggio.

Poi passate all’autoritratto. Fermatevi sul volto, sulla sua presenza, sul modo in cui vi restituisce lo sguardo.


Questo confronto permette di entrare nel suo linguaggio. La biografia resta importante, ma il quadro comincia finalmente a parlare per sé.


Il film da vedere: Volevo nascondermi

A Ligabue è dedicato Volevo nascondermi, il film del 2020 diretto da Giorgio Diritti e interpretato da Elio Germano, presentato in concorso alla Berlinale. È il riferimento cinematografico del nostro Veridieci Film.




Il mio invito è di usarlo come un ingresso nella sua storia. Dopo il film, tornate alle opere e alle immagini d’archivio: il cinema offre un’interpretazione; il confronto con il lavoro dell’artista permette di approfondirla.


Quello che resta


La vicenda di Ligabue pone una domanda scomoda: quanto del nostro giudizio dipende dall’opera e quanto dalla persona che ci aspettiamo di trovare davanti?

Conoscere già il nome dell’artista rende tutto più semplice. Più difficile è riconoscere la forza di un lavoro quando chi lo produce non corrisponde alle nostre aspettative.

È la riflessione che vogliamo lasciare con questo Veridieci Film.


Antonio Ligabue era un artista anche prima che il mondo imparasse a riconoscerlo.


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